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Intervista concessa a Paraula, Spagna (26-IV-2015)

(Realizzata da
Eduardo Martínez)

– Don Javier, in questo momento nell’Opus Dei si sta svolgendo l’anno mariano per la famiglia. Nell’indirlo, lei ha chiesto ai membri dell’Opera di pregare la Madonna per le famiglie, unendosi in tal modo alle intenzioni di Papa Francesco. In questo senso, qual è la situazione attuale della famiglia, i suoi problemi principali? A proposito del Papa, che cosa si aspetta, lei, dal prossimo Sinodo della famiglia?

L’indizione di questo anno mariano mi è sembrata un modo di assecondare il Papa, che insistentemente chiede preghiere a tutti i cristiani per i frutti del prossimo Sinodo sulla famiglia.
È fonte di gioia avere conferma che molte famiglie si sentono amate da Dio e sono il riflesso dell’amore trinitario. Grazie agli sforzi, spesso eroici, del padre e della madre, diventano «focolari luminosi e allegri», come diceva san Josemaría. Spargono affetto su tutta la società. Molte altre, invece, attraversano gravi difficoltà, o in esse regna l’indifferenza o l’egoismo. Mi piacerebbe, unendomi alle intenzioni del Papa, che il Sinodo fosse un riconoscimento e un segno di gratitudine per le prime e un buon punto di appoggio per una positiva trasformazione delle seconde. Mi auguro anche che sia un momento nel quale le famiglie si rendano conto di essere Chiesa e che tutta la Chiesa le accompagna nel loro cammino.

Se in quest’anno di grazia, tra i due Sinodi, riusciremo – con l’aiuto di Dio – a provocare un flusso di attenzione verso le famiglie più bisognose e a ridurre, sia pure di una percentuale minima, il numero di famiglie in seria difficoltà, avremo già ottenuto qualcosa di molto importante per la Chiesa, per la società nel suo insieme e per il bene delle persone. In questa logica, consiglierei alle famiglie di leggere la stimolante catechesi del Papa sulla figura del padre e della madre, dei nonni e dei parenti, dei fratelli e dei figli.

– Che bilancio può fare, lei, finora, dell’anno mariano per la famiglia?

Nelle questioni spirituali i bilanci sono difficili da valutare: la Madonna sa come presentare al Signore le continue e innumerevoli preghiere, la generosa e abbondante offerta del dolore da parte dei malati, le tante situazioni di povertà – a livello mondiale – offerte per la medesima intenzione, le migliaia e migliaia di visite ai santuari mariani (penso alle tante persone che qui a Valencia avranno pregato la Mare de Déu dels Desamparats per questa intenzione)... e anche la tanta catechesi e le tante riflessioni sulla famiglia, da tutti i punti di vista: in prospettiva antropologica, filosofica, teologica, pastorale.

Io invito i fedeli e i cooperatori dell’Opus Dei a fare, essi stessi, un proprio bilancio personale: esaminino fino a che punto il loro approfondimento del Vangelo della famiglia li sta inducendo ad amare la fedeltà coniugale e a essere generosi; e anche ad aiutare le tante coppie di coniugi che stanno attraversando particolari difficoltà, acuite in molti casi – non lo dimentichiamo – dalla crisi economica globale.

– La sua conferenza a Valencia per i “Dialoghi di Teologia di Almudí” si svolge attorno alla figura del suo predecessore alla testa dell’Opus Dei, il beato Álvaro del Portillo, nel suo ruolo di segretario della Commissione Conciliare del Clero. Quali ricordi conserva di lui, che vorrebbe sottolineare della sua persona?

Bastava scambiare due parole con don Álvaro per riempirsi di pace. Era un uomo, un sacerdote, un vescovo di grande umanità, con un sorriso e una bontà che, fin dal primo momento, annullavano le distanze: era impossibile non sentirsi amato, rispettato, compreso... Penso che nel suo carattere avesse una certa predisposizione a questa speciale empatia, ma soprattutto appariva evidente che il suo atteggiamento, limpidamente accogliente, rifletteva lo stile del Vangelo, che aveva imparato da Gesù anche attraverso l’esempio di san Josemaría.

Di questo modo di essere e di agire del beato Álvaro hanno dato testimonianza molti padri conciliari che ebbero rapporti con lui o semplicemente lo incontrarono durante le sessioni del Vaticano II.

– Anche lei è stato uno stretto collaboratore del fondatore dell’Opus Dei. Che ci può dire di lui? Qual è il suo messaggio più forte per i nostri giorni?

Il decreto della Santa Sede sulle sue virtù eroiche lo descrive come un «contemplativo itinerante», un uomo, un sacerdote, che invitava tutti a cercare Dio mentre siamo in cammino nella vita di ogni giorno, nelle circostanze più comuni, che non debbono essere di ostacolo ma occasione per incontrare lo stesso Signore, che infinitamente ci ama, uno per uno.

Un aspetto era evidente per me: consigliava quello che egli stesso praticava. Sono stato testimone per molti anni della sua lotta personale per avvicinarsi sempre più al Signore, come un innamorato che vuole corrispondere con tutto il suo amore a chi lo ama: tutti i giorni, nelle attività importanti e in quelle che sembra che non lo siano, nelle cose difficili e in quelle facili, servendo gli altri con una gioia contagiosa.

«Santità vuol dire cercare la presenza di Dio – una relazione continua con Lui – con la preghiera e con il lavoro, che si fondono in un dialogo perseverante con il Signore», ripeteva in molti modi. Il suo messaggio non si limitava a un primo approccio e soltanto a un invito all’azione, a fare..., ma era soprattutto un invito ad amare.

– Quest’anno i “Dialoghi di Teologia di Almudí” riguardano il Concilio Vaticano II e il sacerdozio, a 50 anni dal Decreto “Presbyterorum ordinis”. Come pensa che sia lo stato attuale del sacerdozio, soprattutto in Europa, dove esistono problemi, quali la diminuzione del numero delle vocazioni? Com’è possibile rivitalizzare la chiamata al presbiterato?

I problemi ci sono, ma ritengo che i documenti conciliari e il magistero dei Papi e di molti vescovi stanno aiutando le nuove generazioni ad accedere al sacerdozio con desiderio di santità e di servizio, anche se tutti vorremmo che i frutti fossero maggiori. È notizia gradita a Dio e agli uomini di buona volontà che in non pochi Paesi è in aumento il numero dei sacerdoti e dei seminaristi.

San Josemaría si chiedeva: «Vogliamo essere di più?», e subito rispondeva: «Cerchiamo di essere migliori!». Se noi vescovi e sacerdoti ci sforziamo di cercare con più zelo la santità, se il popolo cristiano prega di più per noi e per le vocazioni, se abbiamo la magnanimità e l’ardire di proporre a molte anime la prospettiva di seguire Cristo, se nelle famiglie, nelle scuole e in altri ambiti, specialmente quelli inerenti alla pastorale giovanile, è possibile realizzare una profonda iniziazione cristiana... nonostante tutto – l’ambiente relativista ed edonista, il materialismo che vorrebbe conquistare il mondo –, il Signore delle messi non dimenticherà di inviare operai alle sue messi. Lo ha promesso Lui, sempre che noi glielo chiediamo con opere e in verità.

Proprio qui, a Valencia, anno dopo anno, si sono preparati tanti sacerdoti, che poi sono andati a servire in altre Chiese particolari... Questo rimane un segno di speranza dei nostri tempi.

– Per ciò che riguarda noi laici, ricordando la chiamata universale alla santità proclamata nel Vangelo e tanto predicata da san Josemaría, dobbiamo crescere ancora in una maggiore partecipazione alla vita della Chiesa, come ha sottolineato anche il Concilio? In quali aspetti? E come ottenerlo?

Come lei sa, l’ultimo Concilio, e parimenti i Romani Pontefici, sia i precedenti che Papa Francesco, hanno insistito con grande forza sulla missione apostolica dei fedeli laici, perché sono chiamati a contribuire in maniera decisiva alla nuova evangelizzazione.

Naturalmente, alcuni collaboreranno con le istituzioni ecclesiali, ma il compito specifico del laico si compie là dove sono le sue aspirazioni, il suo lavoro, i suoi amori, come spiegava san Josemaría; quello è il posto del suo incontro quotidiano con Dio. La sua propria missione, come ha ricordato il Concilio, è la vivificazione cristiana delle realtà temporali. Pertanto, ai fedeli laici compete, in primo luogo, forse più che ai sacerdoti o ai religiosi, stimolare lo sviluppo di una cultura, di una legislazione, ecc., che siano coerenti con la dignità della persona umana.

È chiaro che, in questo grande panorama dell’animazione cristiana di ciò che è temporale, c’è anche la sfida di provvedere alla povertà e all’ingiustizia, perché, senza sottovalutare il grande lavoro che fanno in questo campo tanti sacerdoti e religiosi, ciò costituisce una esigenza propria dei laici, spinti dalla loro coscienza della dignità dell’uomo e della professionalità che lo caratterizza.

– È un decorso che sta acquistando importanza anche nell’Opus Dei, dato che è stato nominato un vicario ausiliare perché l’aiuti nella guida dell’Opera. Quattro mesi dopo tale decisione, qual è la sua valutazione su come sta andando tutto?

La figura del vicario ausiliare era stata prevista da san Josemaría, e lo scorso dicembre, dopo aver chiesto luci a Dio, mi è sembrato che fosse arrivato il momento di attuarla. Come vanno ora le cose? Ringrazio Dio perché posso contare sull’aiuto di un vicario ausiliare. L’Opera lavora stabilmente in 69 Paesi e continua a estendersi e, anche se io sto bene alla mia età, il vicario ausiliare costituisce un nuovo impulso per poter seguire tutte queste attività.

Ho comunque bisogno di preghiere, come tutti quelli che abbiamo questo tipo di responsabilità pastorali. Chiedo ai suoi lettori di sostenere con la loro preghiera filiale il mio fraterno amico, il cardinale arcivescovo di Valencia, e di pregare anche per me.

Romana, Nº 60, Gennaio-Giugno 2015, p. 79-82.