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Intervista con Mons. Fernando Ocáriz, vicario ausiliare della Prelatura, su Religiόn en Libertad (25-VI-2016)

(Intervista realizzata da
Jordi Picazo)


Monsignor Fernando Ocáriz (Parigi, 27 ottobre 1944) si è laureato in Teologia nella Pontificia Università Lateranense (1969) e ha ottenuto il dottorato nella Università di Navarra nel 1971, anno nel quale è stato ordinato sacerdote. È stato professore ordinario di Teologia Fondamentale nella Università Pontificia della Santa Croce, consultore dal 1986 della Congregazione per la Dottrina della Fede; dal 2003 anche della Congregazione per il Clero; e dal 2011 del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione. È membro della Pontificia Accademia Teologica dal 1989. Il 23 aprile 1994 è stato nominato vicario generale della prelatura dell’Opus Dei dal vescovo prelato Mons. Javier Echevarría, e recentemente, il 9 dicembre 2014, è stato nominato vicario ausiliare, mentre Mons. Mariano Fazio andava a ricoprire la carica di vicario generale.


La figura del vicario ausiliare è prevista dal diritto della Chiesa per la prelatura dell’Opus Dei nei numeri 134 §1 e 135 del “Codex iuris particularis Operis Dei” promulgato da san Giovanni Paolo II con la Costituzione apostolica Ut sit il 28 novembre 1982. Come tale, era stata pensata dallo stesso fondatore. Nel decreto di nomina il prelato, Mons. Javier Echevarría, spiega che «lo sviluppo dell’attività apostolica della Prelatura e l’aumento del numero delle circoscrizioni regionali, dei centri e delle attività la cui assistenza pastorale è affidata all’Opus Dei hanno comportato un aumento del lavoro di governo che compete al prelato». Per questo – aggiunge –, «tenendo conto anche della mia età, ritengo conveniente procedere alla nomina di un vicario ausiliare».


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– Ora il prelato condivide con lei il timone della barca dell’Opus Dei, per la prima volta, in una figura prevista dal suo fondatore. Un gesto di distacco del prelato?


Dopo aver ascoltato gli organi che lo aiutano nel governo pastorale, Mons. Echevarría ha deciso di nominarmi vicario ausiliare per condividere con lui la potestà esecutiva che il diritto riserva al prelato. Si tratta, come lei dice, di una figura prevista dal fondatore, san Josemaría. Nello stesso tempo, gli statuti della Prelatura si riferiscono alla funzione del prelato con le parole «maestro e padre», come per mettere in evidenza che il compito che la Chiesa affida al prelato – come del resto a ogni pastore che è a capo di una circoscrizione ecclesiastica – non si limita all’esercizio della potestà di governo, ma comprende anche una importante dimensione di paternità verso tutti i fedeli – sacerdoti e laici – a lui affidati.


San Josemaría incarnò molto intensamente questo senso di paternità spirituale che è caratteristico del sacerdote. E questa esperienza è un legato che si trasmette ai suoi successori. La paternità del prelato fa sì che tutti i fedeli della Prelatura possano toccare con mano questo aspetto di famiglia che si vive nell’Opus Dei, nella Chiesa, come famiglia dei figli di Dio.


– Secondo quanto diceva il beato Álvaro del Portillo, l’Opera è una «bella famigliola». La famiglia è la parola più espressiva per definire ciò che è l’Opus Dei?


Il Papa ci ricorda che la Chiesa è «famiglia di famiglie» (Amoris laetitia, n. 87). Nella famiglia impariamo a essere felici e a sviluppare una serie di capacità. È il luogo dove ci vogliamo bene così come siamo e nel quale possiamo ritornare sempre.
San Josemaría stimolò intorno a sé un clima di famiglia: la preghiera degli uni per gli altri, il desiderio di portare agli altri la carità di Cristo, la preoccupazione di servire e, se è necessario, di correggere. Ottenere questo ambiente è una conquista quotidiana, un impegno di ogni membro della famiglia.


– Qual è lo ‘Strategic Planning’ dell’Opus Dei per il futuro prossimo? Dove è diretto l’Opus Dei nel XXI secolo?


Dove ci porterà lo Spirito Santo. San Josemaría chiedeva che ci aprissimo a ventaglio: nel XXI secolo si dovrà continuare a portare il seme della Chiesa in molti luoghi. La prima cosa da curare sarà quella di essere e di aiutare ogni persona a essere docile alla grazia di Dio e a condurre una vita coerente e lieta nel lavoro, nella famiglia, nella vita sociale.


Inoltre, cercheremo di estendere le iniziative di solidarietà promosse da tanti fedeli e cooperatori della Prelatura in tutto il mondo.


Con la grazia di Dio e il sostegno di tante persone – cristiane e non cristiane –, vogliamo ampliare il raggio d’azione di quei progetti che si propongono di apportare umanità in questa casa comune. Una sfida, per l’Europa, consiste nello stimolare una cultura dell’accoglienza, visti i nuovi flussi migratori. Nei prossimi anni sarà bene continuare a svolgere una incisiva pastorale delle famiglie e della gioventù, anche perché sono continuamente sottoposte a pressioni molto forti.


– Dal punto di vista geografico, sono stati già individuati luoghi dove cominciare prossimamente il lavoro dell’Opus Dei? Si incontrano difficoltà nei posti dove si è cominciato recentemente?


Sono molti i luoghi nei quali i vescovi locali ci stanno chiedendo di andare: ora stiamo pensando al Vietnam e all’Angola. Tuttavia bisogna tener presente che le persone dell’Opera non vanno lì semplicemente, ma per esercitare il loro lavoro professionale. È difficile programmare a grande distanza temporale. Per esempio, ora stiamo cominciando in Corea. Lì il problema più grande non è il lavoro, o la gente, ma piuttosto la lingua. Altri posti difficili sono, per esempio, l’Estonia o la Finlandia, anche se, grazie a Dio, l’Opera si va sviluppando: ora si è appena ordinato il primo sacerdote finlandese.


– Nel 2028 l’Opus Dei compirà 100 anni. La notte tra il 23 e il 24 giugno 1946 Escrivá la passò pregando, guardando da un balcone il palazzo apostolico e la basilica di San Pietro in Vaticano. Gli avevano detto che l’Opus Dei era arrivato con 100 anni di anticipo, viste le novità nella sua dottrina sul laicato. I laici del XXI secolo come i primi cristiani? La santificazione della realtà del mondo «ab intra»?


I laici del XXI secolo – come quelli di ogni epoca – sono chiamati ad agire come i primi seguaci di Cristo: nel mondo, nella loro famiglia, nel loro posto di lavoro, negli spazi di riposo e di svago. In qualunque ambiente sono invitati a essere apostoli, a parlare di Cristo e a rivolgersi a Dio, loro Padre, che li sta aspettando. Questo è il percorso ordinario verso la santità sul quale tanto ha insistito san Josemaría. L’attività dell’Opus Dei è fondamentalmente quella che svolgono i laici con il proprio lavoro, quelli sposati con le loro famiglie, e i sacerdoti con il loro ministero pastorale.


– Dio mise Álvaro del Portillo sul cammino di Escrivá perché potesse fare l’Opus Dei?


In vari momenti il fondatore ringraziò Dio per avergli messo accanto Álvaro del Portillo. Penso che la fecondità della vita del beato Álvaro nasca dall’aver cercato in ogni momento la volontà di Dio: evitò di brillare personalmente, e proprio per questo si è distinto.
Molti lo ricordano come esempio di fedeltà alla Chiesa (prima come ingegnere, poi come sacerdote, infine come vescovo), ai Papi con i quali è stato in contatto, e di fedeltà al fondatore dell’Opus Dei. E tale fedeltà – che è una virtù creativa, perché richiede un continuo rinnovamento interiore ed esteriore – è stata un evidente sostegno per il fondatore.


– Papa Francesco ha approvato poco tempo fa il decreto che dichiara venerabile Montse Grases, un membro dell’Opus Dei che morì a Barcellona a 17 anni per un cancro, e che ora è sulla via di una eventuale beatificazione e successiva canonizzazione. La santità non è più un’utopia?


La santità, grazie a Dio, non è stata mai un’utopia: dal primo secolo fino a oggi, abbondano gli esempi di cristiani che hanno cercato eroicamente di imitare Gesù. Quello che forse si è dimenticato per un certo tempo è stato proprio che ogni battezzato è chiamato alla santità e che per raggiungerla non è necessario fare una consacrazione speciale se non si ha questa particolare vocazione.


La recente notizia su Montse, una ragazza di Barcellona che ha potuto compiere solo 17 anni ma che era decisa a trattare Dio in ogni momento, ne è una nuova conferma. Ed è uno stimolo per molti giovani che, come lei, passano buona parte delle loro giornate a scuola o all’università, a fare sport, con i loro amici.


La cosa importante è che ciascuno prenda coscienza che a ogni cristiano è affidata la missione della Chiesa. La evangelizzazione la fanno tutti i cristiani, e di tutto il Vangelo, ma ciascuno nel proprio posto. Il sacerdote da sacerdote e i laici da laici; il professore da professore, l’operaio da operaio, ognuno essendo sé stesso nel proprio ambiente. Il Concilio Vaticano II lo ha proclamato chiaramente. La santità debbono cercarla tutti; l’essere canonizzato o no, per le persone è il meno. Importa solo per la Chiesa. È la Chiesa che trae beneficio dai santi.


– Quando si sono sentiti mancare il terreno sotto i piedi, come hanno sperimentato nell’Opus Dei le misericordie della Madonna? Come la sentono in questo anno giubilare?


Rivolgersi alla propria madre quando uno si trova in difficoltà è cosa quasi istintiva. Così hanno reagito i cristiani, già dalla Pentecoste, quando gli apostoli si riunirono intorno a Maria. San Josemaría è andato in numerosi santuari mariani per chiedere alla Madonna un favore, supplicare la sua protezione e pregare per la Chiesa. Ritornava come se lo avessero liberato da un peso, perché sperimentava la misericordia di Dio.


Questo anno giubilare può servire a ogni persona per toccare con mano la provvidenza di Dio nella vita ordinaria ed essere, nello stesso tempo, un canale perché la misericordia arrivi a molti altri. La sfida sta nell’accettare l’ordinario della misericordia divina, che è straordinaria.


– L’Opus Dei si serve bene della comunicazione e il prelato è in continua comunicazione con i fedeli della Prelatura. Che importanza ha nella Chiesa la comunicazione e quali sono le sfide in questo ambito?


Le sono grato per i suoi apprezzamenti, anche se ritengo che ci sia sempre una lunga strada da percorrere e molto da imparare dagli altri. Credo che la sfida fondamentale sia la coerenza. La comunicazione non può essere qualcosa di artificiale. Occorre comunicare in base a come si è e dopo con le parole. Proprio per questo si potrebbe dire che la carità è il migliore linguaggio della comunicazione della fede. Così si è espresso Papa Francesco nel messaggio per la 50ª giornata delle comunicazioni sociali: «Se il nostro cuore e i nostri gesti sono animati dalla carità, dall’amore divino, la nostra comunicazione sarà portatrice della forza di Dio».

Romana, Nº 62, Gennaio-Giugno 2016, pag. 120-123.